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0516 Storia della Spedizione Scientifica Italiana nel Himàlaia, Caracorùm e Turchestàn Cinese(1913-1914) : vol.1
History of an Italian Science Expedition to Himalayas, Kharakhorum and Chinese Turkistan(1913-1914) : vol.1
Storia della Spedizione Scientifica Italiana nel Himàlaia, Caracorùm e Turchestàn Cinese(1913-1914) : vol.1 / Page 516 (Grayscale High Resolution Image)

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doi: 10.20676/00000174
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436   CAPITOLO SEDICESIMO

breve traversata procediamo nella valle che conduce al passo, anch' essa aperta, poco inclinata, fra dossi nudi. Oltrepassiamo lo sbocco di due affluenti, che scendono quasi uno in faccia all' altro, e un altro luogo di campo detto Pulo, dove sono i resti diroccati di tre tugurii di pietre, proseguendo a salire per un' altra ora, fino alla tappa Ciàgios Gilgha, che non si distingue da qualunque altro punto della valle, se non per essere il suolo coperto da un vasto ossame con qualche cadavere d' animale ancora rivestito di carni mummificate dal clima freddo e asciutto. Mettiamo le tende ad una estremità del piccolo spiano, dove gli scheletri sono un po' meno fitti. Abbiamo percorso più di 22 km. di strada.

La valle prosegue a salire molto dolcemente, piegando a poco a poco verso Ovest. La via passa su un largo terrazzo ai piedi di un' alta scogliera ; l' altro fianco, a destra della valle, è formato da bassi contrafforti poco erti. In brev' ora, dopo percorsi appena appena un 6 km. da Ciàgios Gilgha, si arriva allo sbocco d' una gola, che taglia la pendice sinistra (settentrionale). Questa convalle mette direttamente, dopo una breve salita che superiamo su un sentiero a zig-zag, al valico della catena. Il vallone principale, che abbiamo teste lasciato, si vede chiaramente proseguire per breve tratto, senza restringersi affatto, fino ad un' ampia sella, che ha per sfondo una lontana catena carica di ghiacciai, situata di là dello Iàrcand. E per questa sella che il Wood e lo Spranger penetrarono dapprima nel bacino superiore dello Iàrcand.

Due ore e mezzo dopo lasciato il campo siamo già sul passo del Caracorùm, larga insellatura, piana per qualche centinaio di metri alla sommità, fiancheggiata da cime modeste. L' assenza di neve e di ghiacciai, l' altezza di tutta la regione a Nord e a Sud del valico, l' inclinazione moderata delle coste dei monti, fanno un quadro che non par neppure d'alta montagna e che non rivela in nessun modo la grande altitudine a cui siamo pervenuti, di 5575 metri sul livello del mare.

Al sommo del valico è una piramide tronca di pietre, che sta sgretolandosi, con una lapide dedicata alla memoria del Dalgleisch, un mercante che trafficava fra Iàrcand e Lè, che venne qui assassinato da un Afgano nel 1888 ('). Poco più oltre, a Nord del passo, è uno dei soliti mucchi di pietre votive che i Ladachi sogliono deporre al sommo dei valichi montani.

Col nome Caracorùm (o Karakorùm) (a), che significa « ghiaia, pietre o pietrisco nero », è da tempo immemorabile designato il valico pel quale passa la via princi-

  1. II monumento commemorativo fu eretto nel 1889 dal Cap. A BOWERL. Vedi di lui : A Trip to Turkistan, nel Geog. Jour. Vol. V, 1895, pag. 240, che contiene anche (pag. 249-250) un interessante resoconto della caccia all' assassino, finalmente rintracciato ed arrestato a Samarcanda, e suicidatosi in carcere.

  2. Solamente i geografi inglesi hanno preso a scrivere Karakoram ; sebbene i loro primi viaggiatori designassero anch' essi il valico e la porzione vicina della catena, col nome Karakorum (o -kurum). Il VIGNE, nel 1842, scriveva Kara-Kurum ; T. THOMSON, il primo Europeo che riuscì a raggiungere il valico, nel 1848, lo chiama dapprima Karakorum (Jour. Roy. Geog. Soc. Vol. XIX, 1849, pag. 25, 28, 29); ma